1950-1959

“Il  6 febbraio 1950 entrai nel Collegio Nazareno di Roma.

Era l’ultimo giorno di Carnevale e da Via del Tritone giungevano i canti e gli schiamazzi delle maschere; era un bel contrasto con l’atmosfera seria e ingessata del Collegio e mi sentivo intimidito e un po’ triste.

Venivo da una piccola città, Rimini, dove avevo vissuto sempre libero, all’aria aperta e andare a scuola significava incontrarsi con gli amici e programmare il pomeriggio dopo i compiti più che assolvere a un dovere scolastico.

Avevo frequentato il primo trimestre della seconda media a Rimini; dall’atrio dell’ingresso al di là di un enorme portone di ferro e vetro osservai il cortile con il pavimento di piastrelle di asfalto rettangolari di colore scuro. Non avevo mai sentito parlare di pallacanestro, ma notai sul terreno le righe di un campo da gioco e alle due estremità lunghe i canestri che sporgevano dal muro; notai anche sul lato di fronte una piccola fontana che, con il tempo, sarebbe diventata molto fastidiosa.


Ero alto per la mia età e quindi fui subito contattato per giocare nella squadra del Convitto, che partecipava al campionato interno dell’Istituto, dopo alcuni allenamenti tesi a farmi correre sul campo e avvicinare al canestro dove avrei ricevuto il pallone senza doverlo troppo palleggiare.

Un convittore liceale, Alberico Costanzo, mi prese sotto la sua ala protettrice: intendeva portarmi a giocare nel vicino Collegio San Giuseppe – Istituto De Merode in Piazza di Spagna, dove suo cugino Antonio faceva parte della Stella Azzurra che disputava un campionato di Divisione Nazionale. 

L’anima dello sport era frére Mario Grottanelli con gli allenatori Altero Felici e Francesco Ferrero, che nel 1954 aveva allenato la nazionale italiana.

Anche la Stella giocava le sue partite nel cortile del collegio delimitato da portici e dove agli inizi i canestri erano appesi a due platani secolari. 

Ho un ricordo curioso di quel campo: era leggermente concavo perché nel cerchio centrale aveva un tombino per lo scolo dell’acqua piovana.

La Stella, forse perché squadra di un collegio religioso o perché richiamava gli esempi statunitensi, era sicuramente simpatica in città, anche se a Roma altre società contavano tifosi e squadre in divisioni superiori, tanto che in quel 1950, Anno Santo, ebbe il privilegio di esibirsi in amichevole in Piazza San Pietro alla presenza del Santo Padre su un campo da basket appositamente predisposto. Fu uno straordinario spettacolo: nessun evento sportivo si era mai svolto in una cornice così classica, davanti alla Basilica di San Pietro e ai lati il colonnato del Bernini.

Per ritornare a me, non ottenni il permesso di andare ad allenarmi con la Stella e quindi la mia carriera di cestista si svolse nell’ambito del Nazareno e le prime partite nel cortile con la fontana dove spesso e volentieri finiva il pallone di cuoio che aumentava di volume e diventava scivoloso come una saponetta. 

Le partite finivano con punteggi calcistici o poco più (10-10). La squadra campione, formata da giocatori esterni, aveva nome “Palomita”, indossava un completo rosso sangue: il suo factotum, Dell’Abbadessa, sarebbe poi diventato dirigente federale.

Il basket come gioco era molto statico: si difendeva prevalentemente a zona e l’attacco non prevedeva molti tagli. Si continuava a passare la palla da fuori al giocatore alto (pivot) e da questi fuori finché la difesa, in ritardo, consentiva un tiro quasi sempre piazzato. Le percentuali erano molto basse e anche sui tiri cosiddetti personali pochi giocatori superavano il 50%. 

I campi tutti all’aperto erano sporchi e scivolosi e le partite dovevano essere portate a termine anche sotto la pioggia. I palloni erano di cuoio (dette “pallonesse”) e diventavano ingovernabili per l’umidità oppure quando cadevano dentro la fontana del cortile; le scarpe erano prima comuni calzature da ginnastica poi vennero le Superga alte con le ventose, mentre solo le squadre più ricche potevano permettersi le Converse All-Star.



Il basket al Nazareno progrediva tanto che gli Allievi C.S.I. conquistarono il secondo posto ai Campionati Nazionali di Trieste sotto la guida dei due allenatori Raffaele Diodati e Maurizio De Micheli. Sono loro che mi impartirono le prime nozioni della pallacanestro. Con Maurizio specialmente si stabilì un rapporto molto affettuoso di amicizia che durò fino a che il Nazareno mantenne l’attività in campo cestistico. Lui era già in possesso di dispense tecniche americane con serie di esercizi sconosciuti in Italia. A lui devo consigli, la fiducia di affidarmi prima il mini-basket e poi la responsabilità della panchina negli anni più belli dell’attività collegiale, tante ore passate in birreria a parlare di basket. Era un organizzatore  molto lucido e razionale: quando alla presidenza della Federazione fu eletto l’avv. Claudio Coccia, questi lo chiamò alla FIP per curare le trasferte olimpiche. Divenne anche presidente della Federazione Italiana Canoa e si spense prematuramente per problemi cardiaci.

La mia carriera da cestista continuò nell’ambito del Collegio sempre sotto la guida tecnica di Maurizio fino alla mia licenza liceale nel 1957. 

Mi ero appassionato al basket e durante le vacanze estive a Rimini avrei voluto esercitarmi, ma non conoscevo né campi né avevo un pallone. 

Un giorno mi presentai allo stadio comunale di calcio dove all’interno avevo intravisto un campo di basket in terra battuta con canestri di legno rovinati. Chiesi al custode di fare qualche tiro e ottenni il permesso dopo un breve interrogatorio sulla mia provenienza e sui miei studi. Ero molto orgoglioso di rispondere, perché studiavo a Roma grazie ad una borsa di studio del Comune di Rimini. 

Ritornai ancora a giocare soprattutto quando venni a sapere che il custode era Romeo Neri, un ginnasta che alle Olimpiadi di Los Angeles 1932 aveva vinto tre medaglie d’oro, segnando la ripresa della ginnastica italiana. Fu portato in trionfo dai compagni insieme a Savino Guglielmetti, anche lui vincitore di una medaglia d’oro nel volteggio al cavallo.

Nel mese di settembre di quell’anno incominciai a lavorare in un ente previdenziale con sede in Via Tasso, via tristemente famosa per la presenza del carcere giudiziario fascista dove transitavano tutti coloro ritenuti dissidenti al regime.

In quell’anno mi iscrissi alla facoltà di Geologia dell’Università La Sapienza e giocai diverse partite in Prima Divisione con una delle squadre del CUS Roma. Lo spirito era più che goliardico e il basket non era ancora popolare e molti studenti lo praticavano per snobismo e con sufficienza. Spesso la domenica mattina si presentavano in campo con le scorie non eliminate di feste notturne: eppure non ho cattivi ricordi di quel periodo, eccetto forse per gli allenamenti serali all’aperto sul campo della Città Universitaria e per un bagno fuori stagione (era il 6 gennaio) a Formia dopo una partita in cui decidemmo tutti di andare a tuffarci nel mare vicino al campo da gioco.

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