1960-1966

“La nostalgia della mia alma mater mi riportò al Nazareno. Maurizio De Micheli aveva trovato l’appoggio di padre Fiori che, avendo passato qualche tempo negli Stati Uniti, era tornato a Roma appassionato di basket. E così, insieme avevano allestito una squadra competitiva di Promozione. 

Gli esterni erano in prevalenza, ma la vera forza della squadra era costituita dai giovani Pier Luigi Moretti, Carlo Sisto, Roberto Rossi e capitan Zeppieri; tutti gli altri da Valle, Velati, Scuderoni, Moglia, Carapellese e me (vedi foto) davano il loro valido contributo.

Eravamo poi particolarmente orgogliosi perché indossavamo le stesse tute di lana azzurra della nazionale italiana di basket partecipante alle Olimpiadi romane.

Già, era l’anno 1960. Dopo i disagi patiti negli anni precedenti per la costruzione degli impianti sportivi e del Villaggio Olimpico, lo svolgimento dei Giochi ha l’effetto di una scossa elettrica: gli stadi e le palestre sono sempre colme, la curiosità diventa morbosa, si creano code alle entrate del Villaggio e sul Corso Francia, il cavalcavia che passa sopra e attraverso il Villaggio Olimpico. 

Tutti vogliono vedere, anche se da lontano, quegli atleti famosi nelle loro specialità e che occupano le pagine dei giornali sportivi di tutto il mondo, assistere a gare storiche per gli italiani, come il confronto cestistico con gli Stati Uniti o la finale dei 200 metri di atletica vinta dal nostro Livio Berruti e accompagnata nell’ultima curva dal volo dei colombi.

Alla fine del torneo di pallacanestro l’Italia si classificò al 4º posto, dietro Stati Uniti, URSS e Brasile, risultato che contribuì al grande successo di pubblico del basket.

La formazione fu la seguente:

3 Giomo, 4 Vianello, 5 Riminucci, 6 Lombardi, 7 Pieri, 8 Gamba, 9 Alesini, 10 Canna, 11 Calebotta, 12 Vittori, 13 Gavagnin, 14 Sardagna; allenatore: Nello Paratore

E poi i colori delle varie etnie presenti in città, il mescolarsi delle diverse lingue ed abbigliamenti. Roma non era più solo dei romani ma di tutti i cittadini del mondo in preda a una vera eccitazione, a flussi di traffico impazzito, di corse da un impianto all’altro, alla febbre di poter assistere alle gare fra le rovine dell’antica Roma o alla suggestione dell’arrivo di Abebe Bikila vincitore della maratona che passa, scalzo, sotto l’Arco di Costantino alla luce dei fari dopo aver percorso un lungo tratto della Via Appia Antica. 

Sulla scia dell’entusiasmo olimpico ci fu uno sviluppo vorticoso di tutti gli sport, favorito dalla disponibilità degli impianti nuovi e coperti. 

Per esempio la palestra del Foro Italico annessa alla Foresteria, ora trasformata in aula di tribunale, era diventata sede privilegiata dei cosiddetti “Lunedì letterari” di basket, così battezzati perché riunivano giocatori non più in attività, ma famosissimi anche in ambito nazionale come Carlo Cerioni, Giancarlo Primo, Guerrieri, Capitani, Marcello Ticca, Giancarlo Asteo, Margheritini, Ferretti, Galli, Fontana, Chiana, Positano, Stoppa e tanti altri meno famosi. Impossibilitati a incontrarsi spesso, o perché militanti in squadre differenti o perché ormai fuori dall'attività agonistica, per due ore si divertivano sfottendosi a vicenda o ricordando movimenti e azioni di partite giocate da compagni ed avversari una decina di anni prima. La partecipazione era aperta a tutti dell’ambiente cestistico felici di assistere a virtuosismi e prese in giro di campioni per i quali avevamo tifato in passato e di essere considerati alla pari anche perché, sfruttando la giovane età e la freschezza  atletica, spesso concludevamo azioni in contropiede o in velocità sui loro assist, ma qualche volta prendendo palloni in faccia non abituati all’imprevedibilità dei loro passaggi. Alla fine soddisfatti versavamo la nostra quota per l’affitto del campo e arrivederci ai prossimi lunedì.

Il Palazzo dello Sport dell'EUR era però ancora tabù per le squadre romane ma non per tutte: infatti un giorno, durante l'intervallo tra l'orario della mattina e il pomeriggio, lavorando all'EUR, salii fino al Palazzone e prima ancora di entrare sentii le voci di ragazzi e i rimbalzi dei palloni da basket: eravamo passati ad adottare i Voit di plastica.

Entrai e vidi decine di giocatori dell'USSA Olimpia di varie età e categorie. L'allenatore e deus ex machina della società era il prof. Guglielmo Pinto, ornato di barba da rabbino e per questo soprannominato “barbetta”.

Pinto era un ricercatore dell'elettrosincrotrone di Frascati, ovviamente di un'intelligenza superiore alla medie, ma anche di grande gentilezza e cortesia ed educazione.

Era riuscito ad ottenere l'uso del Palazzo per poche ore, nelle quali allenava tutte le squadre dell'USSA; qualche volta lo aiutavo negli esercizi e a mantenere l'ordine.

Pinto era originale, vestiva sempre con un cappotto grigio e guidava preferibilmente spider inglesi. Ogni anno andava negli States per assistere ai play-off e ritornava con abbigliamento sportivo nuovo di zecca, tanto che era diventato proverbiale: "le squadre di Pinto non saranno al top dal punto di vista tecnico, ma sicuramente sono le meglio vestite". Lui sopportava sorridendo le battute e anche sfottò più pesanti come quando si recava a giocare a S. Saba e ogni volta trovava sgonfie tutte e quattro le gomme dell'auto.

Il dopo Olimpiadi era un periodo di grande fervore ed entusiasmo. Il basket era in crescita: già Roma e il Lazio poteva vantare 2 squadre in 1ª Serie, 2 in A, maschile e femminile, 2 in B e 3 in C, oltre a numerose squadre in Promozione.

E il campionato di Promozione laziale vedeva la partecipazione delle scuole, dei collegi e dei dopolavori e delle società a ispirazione religiosa e politica. Era diffuso in tutta la città di Roma: le partite si disputavano la domenica mattina, ma quasi tutti i campi erano all'aperto, accessibili facilmente e gratuitamente. L'agonismo era molto esasperato perché erano tutti derby o di quartiere o di scuole, collegi, etc. ed era frequente vedere giornalisti come Aldo Biscardi, Giampiero Galeazzi o Maurizio Vallone, che poi sarebbero diventati famosi, assistere agli incontri e scrivere resoconti sulle rubriche sportive locali.

Il Nazareno, come già detto, guidato da Maurizio De Micheli e sostenuto dall'entusiasmo di padre Fiori aveva allestito una squadra competitiva, dove trovavo ancora posto più per la mia altezza (1,90 m), a quei tempi valida, che per il mio talento cestistico.

Ricordo con piacere i vari Carapellese, De Vincenzo, Duranti, Manzuoli, Maglia, Valle, Velati, Scuderoni, che supportavano le pedine più importanti sia per gioco che per praticità, Moretti P., Sisto, Rossi e capitan Zeppieri. Era il 1961: incoraggiato da Maurizio De Micheli mi iscrissi al corso allenatori e conseguii la tessera n. 1790 di “Aspirante”. Istruttori Tonino Costanzo e Carlo Cerioni per la parte tecnico-agonistica e il Presidente del Comitato laziale, Umberto Garcea per la parte regolamentare.

Fu un'esperienza molto interessante, perché in questo modo si entrò nella famiglia del basket. I miei colleghi furono, fra gli altri, Giancarlo Asteo, poi prematuramente scomparso per una grave malattia, e [Franco?] Donati, che avevano giocato per anni nelle squadre romane. Ho parlato di famiglia perché in effetti almeno una volta alla settimana ci si incontrava nella sede del Comitato Laziale, insieme agli arbitri che dai campionati regionali furono promossi alle categorie nazionali e internazionali, come Fiorito, Martolini, Cagnazzo, Filippone, Giorgi.

Era uno scambio attivo di esperienze, di commenti anche critici sulle partite appena svolte, il tutto sotto lo sguardo e il giudizio sempre competente e pratico del presidente Garcea.

Avevo incominciato ad allenare i bambini del mini-basket del Nazareno e anche quelli del Calasanzio, l'istituto dei Padri Scolopi situato a Monte Mario, in via Cortina d'Ampezzo. Intanto crescevano i giovani C. Moretti, Bianchi, Buccimazza, Baldaccini, Ferrari, Persichetti, Benedetti, che insieme a quelli che già giocavano in Promozione e a Panno, Liberali e Sestini crearono la squadra che dopo pochi anni sarebbe risultata vincitrice di un mega campionato laziale.

Era anche aumentato il mio interesse per la tecnica cestistica e così mi munivo delle pubblicazioni del Comitato Allenatori Federali e partecipavo agli stage degli americani, come quello del coach della St. John's University di New York tenutosi a Roma nel luglio del 1966 o la traduzione del “Basket efficace” della Cincinnati University del 1965 o gli appunti tecnici di Bertoldi e Guerrieri in occasione di un loro viaggio negli USA del 1967.


Nel 1966 ci trovammo a gareggiare in un girone molto difficile insieme a Virtus Aurelia, CUS Roma, Alitalia Petriana, Spes, Virtus Frusino, Ex Alunni Massimo, tenuto conto della giovane età dei miei ragazzi, dico “miei” perché ormai il mio numero di matricola 1790 come Allenatore Aspirante era iscritto a referto come responsabile tecnico della squadra. Ed è andando a esaminare quei referti (ormai reperti storici) che nella gara del 18 dicembre 1966 giocata contro l'Ex Alunni Massimo, la squadra del collegio dei padri gesuiti, nella formazione figura con il numero 6 l'atleta Mario Draghi, che avrebbe poi fatto carriera di grande economista e governatore della Banca d'Italia.

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